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Teleriscaldamento, il modello svedese

Il calore viene recuperato dall’attività delle centrali elettriche e non solo. Così Stoccolma ha ottenuto performance ambientali fra le migliori d’Europa.

 

Il teleriscaldamento consiste nella distribuzione di calore (in genere acqua calda) attraverso tubazioni interrate e isolate termicamente che raggiungono l’utenza partendo da centrali di produzione di medie o grandi dimensioni. Il calore può essere calore residuo proveniente dall’attività di produzione di energia elettrica in centrali tradizionali, in impianti di termovalorizzazione dei rifiuti ovvero può essere prodotto ad hoc da attività di combustione ad esempio della biomassa e sfruttando l’energia proveniente da fonti geotermiche. Nel primo caso, quando è cioè sfruttato il calore residuo, si parla di “cogenerazione” in quanto la fornitura di riscaldamento si affianca allo scopo principale della centrale.

Nella maggioranza dei casi, il fluido utilizzato per garantire il riscaldamento domestico è semplice acqua che viene portata a circa 90 gradi centigradi, immessa nel circuito fino all’utenza finale e riportata in centrale dopo aver distribuito gran parte del proprio calore. Questo valore può variare in funzione del tipo di apparecchio incaricato della diffusione del calore negli ambienti. Nel caso dei normali radiatori passivi l’acqua deve essere molto calda, circa 80-90 gradi centigradi. Altri tipi di terminali dotati di ventilatori richiedono temperature operative molto più basse, variabili tra 40 e 50 gradi centigradi circa.

Una delle città europee che meglio ha saputo applicare questa tecnica è la capitale svedese Stoccolma dove il teleriscaldamento è una realtà già dagli anni ’60. Gli ingegneri svedesi hanno sfruttato praticamente ogni fonte possibile di calore. Gli impianti di produzione operanti a Stoccolma sono considerati tra i migliori al mondo e sono in grado di recuperare energia termica non solo dalle centrali elettriche che bruciano combustibili (carbone, pellets, biocombustibile) ma anche intercettando quello dei liquami fognari.

Questa politica energetica ha consentito agli svedesi un taglio delle emissioni di CO2 dovute alla produzione di calore di circa il 35% nel periodo compreso tra il 1990 e il 2005, come è stato evidenziato, tra l’altro, nel corso della quarta Conferenza nazionale per le rinnovabili termiche ”Teleriscaldamento verde”, organizzata nelle scorse settimane dagli “Amici della Terra” a Milano.

 

Anche la concentrazione degli altri inquinanti, compresa la fuliggine, ha registrato una diminuzione molto sensibile: il biossido di zolfo è calato del 95 per cento e la presenza di ossidi di azoto è scesa dell’80 per cento. Altre sostanze come benzene, monossido di carbonio, biossido di zolfo, piombo e particolato fine (PM2,5), arsenico, cadmio, nichel sono state portate tutte al di sotto delle concentrazioni fissate come obiettivo dalla Comunità europea. L’obiettivo finale è quello di abbandonare il più possibile la dipendenza dall’utilizzo di combustili fossili.

 

Specialmente nel campo della gestione dei rifiuti, l’approccio svedese può essere considerato un grande successo, tanto che si stanno registrando difficolta nel reperire la quantità di rifiuti necessaria all’alimentazione degli impianti dedicati.