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«Energy manager, figura chiave per l’efficienza energetica»

Lo sostiene Dario Di Santo, di FIRE, spiegando l’utilità di questo ruolo e i vantaggi per gli enti pubblici e privati che contano su questa figura professionale

 

L’energy manager è un ruolo che riveste una sensibile importanza nella gestione dell’intero processo che conduce a risparmio ed efficientamento energetico, a livello pubblico e privato. Questa figura professionale sta prendendo progressivamente piede in Italia: attualmente se ne contano 2.341, «un numero che presenta un aumento del 20% circa rispetto a dieci anni fa», spiega Dario Di Santo, managing director di FIRE, La Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia che dal 1992 gestisce, su incarico del ministero dello Sviluppo Economico, la rete degli energy manager individuati ai sensi della Legge 10/91, recependone le nomine e promuovendone il ruolo attraverso varie iniziative. Tra queste, è da segnalare il Forum degli Energy Manager, che si terrà il prossimo 16 ottobre a Verona, nell’ambito di Smart Energy Expo. Per comprendere meglio come agisce e quale importanza assume questa figura professionale lo abbiamo chiesto proprio al direttore dell’associazione.

 

Ingegner Di Santo, la figura dell’energy manager, come lei stesso più volte ha segnalato, è essenziale per l’efficienza energetica. In particolare, come agisce per favorire risparmio ed efficientamento energetico in ambito pubblico e aziendale?

L’energy manager, che ha il compito di migliorare l’efficienza energetica dove opera, rappresenta il trait d’union fra gli amministratori di un’organizzazione e le diverse funzioni della stessa.

Le sue capacità comprendono l’analisi e il monitoraggio dei consumi di energia – possibilmente a livello di utenze energeticamente significative e non solo globale di edificio/stabilimento – assicurando il raggiungimento di indicatori di performance prestabiliti, l’individuazione e la proposta di interventi di eliminazione degli sprechi energetici e progetti di efficientamento energetico, la predisposizione di programmi di sensibilizzazione del personale dell’organizzazione, il supporto all’acquisto di prodotti e servizi che tengano conto dei consumi energetici e dell’impatto ambientale sul ciclo di vita e alla gestione di eventuali contratti legati all’erogazione di servizi energetici.

Un aspetto fondamentale è che l’energy manager, per operare al meglio, richiede una politica aziendale che dia la giusta importanza all’efficienza energetica e che investa le diverse funzioni dell’organizzazione, assicurando che queste cooperino attivamente con l’energy manager per raggiungere gli obiettivi stabiliti dagli amministratori.

 

Può farci l’esempio di un’azienda, di un ente pubblico o di un’ESCo che ha tratto particolare giovamento dall’azione dell’energy manager?

Gli esempi sarebbero numerosi, per cui citare singoli marchi potrebbe non essere corretto. Casi virtuosi sono presenti in tutti i settori: nell’industria (in particolare per i risultati conseguiti nell’ultimo ventennio, si possono segnalare i settori della chimica, metallurgia, meccanica e, più di recente, tessile e alimentare), nel terziario (grande distribuzione, data center, banche, etc.) e nella pubblica amministrazione. In genere le organizzazioni leader a livello mondiale mostrano attenzione agli aspetti energetici ambientali, aspetto che conferma come la competitività non possa basarsi anche sull’utilizzo efficiente delle risorse, non solo energetiche (anche acqua, materiali, rifiuti, etc.).

L’industria è l’ambito dove si sono evidenziati i risultati migliori in termini di efficienza energetica, grazie alla maggiore sensibilità ai costi dell’energia legata alla competitività del mercato globale. I servizi sono il contesto che ha evidenziato le performance meno brillanti in rapporto al potenziale, mentre il settore dei trasporti paga il fatto che non può contare – se non in casi particolari, come le navi – sul retrofit del parco (ossia sulla sostituzione di singole parti), ma solo sulla sostituzione dei mezzi o su azioni più articolate che impattino sulla modalità di trasporto (per esempio, lo sviluppo trasporti pubblici, il car sharing, i trasporti su rotaia e non su gomma ecc.).

 

Quanti energy manager operano in Italia e, geograficamente parlando, come è distribuito il loro numero e, in percentuale, che diffusione ha questa figura?

Le organizzazioni sottoposte all’obbligo della legge 10/1991 che hanno nominato nel 2014 un energy manager entro le scadenze sono 1.532, secondo i dati di FIRE, che si occupa dal 1992 di recepire le nomine su incarico del Ministero dello sviluppo economico. A queste si aggiungono 153 soggetti obbligati la cui nomina è pervenuta in ritardo e 656 soggetti non obbligati dalla legge, che comunque hanno nominato (per sensibilità o perché interessati a partecipare allo schema dei certificati bianchi senza l’intermediazione di ESCO o altri soggetti). Si tratta dunque di 2.341 energy manager, un numero che presenta un aumento del 20% circa rispetto a dieci anni fa, trainato soprattutto dai soggetti non obbligati.

La maggior parte dei soggetti risulta nominata in Lombardia, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Lazio. Il risultato è influenzato, oltreché dalla distribuzione degli utilizzatori energivori, anche dal fatto che molte organizzazioni multi-sito hanno la sede legale in queste regioni (Lombardia e Lazio in particolare). Il Sud Italia presenta numeri inferiori, sia per la minore presenza dell’industria, sia per la distribuzione della popolazione nel Paese.

 

Sebbene svolga un compito prezioso per l’efficienza energetica, spesso l’energy manager non trova spazio sia nella PA che nelle aziende. Quali i motivi di questa sottovalutazione, a suo giudizio, e quali possono essere le potenziali leve per un più ampio impiego?

I settori più attivi e attenti nella nomina sono quelli energivori, più sensibili da sempre in ragione al peso dei costi energetici rispetto a quelli globali. La pubblica amministrazione è invece l’ambito in cui si riscontra il maggiore tasso di inadempienza. Secondo stime della FIRE solo un’amministrazione su dieci ha nominato l’energy manager. Di certo un risultato che stride con la spending review e con le politiche comunitarie e nazionali in tema di energia.

Fra i motivi di un’attenzione inadeguata giocano anzitutto decenni di energia disponibile a costi bassi accoppiata a una ricchezza generale. Non a caso negli ultimi anni il mix di crisi economica e costo alto dell’energia ha portato a un atteggiamento molto diverso da parte di interi settori. Questo ovviamente non basta a scusare una gestione poco accorta delle risorse (non solo energetiche), che sicuramente ha giocato un ruolo nel forte impatto che la crisi economico-finanziaria ha avuto sulle nostre imprese.

Chiaramente dalla sensibilità al problema alla finalizzazione di azioni consistenti passa qualche anno, in quanto occorre dotarsi di un energy manager e di sistemi di monitoraggio dei consumi, stabilire politiche aziendali che investano le diverse funzioni, decidere investimenti sull’efficienza e, nel tempo, dotarsi di un sistema di gestione dell’energia (e.g. ISO 50001) e fare in modo che questa diventi un fattore competitivo di crescita.

 

Il recepimento della direttiva UE in materia di efficienza energetica e le misure da essa richieste possono contribuire a un maggiore impiego dell’energy manager, specie in ambito di diagnosi energetiche nelle grandi imprese?

Indubbiamente. Molto dipenderà da come verranno attuate le disposizione di legge, non solo dal punto di vista dei decreti attuativi, ma soprattutto sul fronte della gestione operativa (che coinvolge soprattutto l’ENEA, e non solo sul fronte fondamentale delle diagnosi energetiche). Un compito non facile, visto che richiederà il giusto mix di capacità, ragionevolezza e controlli per conseguire i risultati auspicati.

L’elemento determinante, comunque, è rappresentato da come le organizzazioni – e le famiglie – sapranno comprendere l’importanza dell’efficienza energetica. Uno dei messaggi che FIRE cerca di trasmettere con forza è che non si tratta solo di risparmiare qualche kilowattora, ma di capire che l’uso oculato delle risorse è un fattore strategico e fondamentale della competitività, per l’industria come per i servizi. Non a caso in alcuni contesti si parla anche di produttività energetica e non a caso i leader mondiali sono attenti a minimizzare l’impatto energetico e ambientali non solo nei consumi, ma anche nei prodotti, nella loro progettazione, negli acquisti e nella scelta dei materiali da impiegare nella manifattura.

 

Eventi come il Forum degli Energy Manager e, più in generale, di una rassegna come Smart Energy Expo, quanto possono essere importanti per far conoscere e rendere più evidente l’utilità dell’energy manager?

Determinanti, perché, ricollegandomi allo spunto dato nella risposta precedente, l’esigenza primaria al momento è di tipo informativo: si tratta di continuare a fare crescere la sensibilità e di supportare le organizzazioni e le famiglie nell’utilizzo delle figure (quali l’energy manager) e degli strumenti operativi che consentono di tradurre in azioni pratiche tale sensibilità.

Per conseguire questi obiettivi FIRE collabora fin dall’inizio con Fiera Verona nell’ambito della manifestazione Smart Energy Expo. In particolare diamo appuntamento alle imprese al Forum per gli energy manager, giunto alla terza edizione (nuovamente con un focus italiano e sulle buone pratiche, dopo la paretesi internazionale e di più ampio respiro dello scorso anno).